Le Chiavi dello Spazio e le Porte del Tempo

Il carro procedeva tortuosamente sulla strada sterrata. Il rumore delle sue ruote copriva quello del tintinnio degli oggetti metallici, del fischiettare agitato del conducente e del pianto del bambino.

Grande e grosso l’uomo incitava con una frusta i cavalli a un’andatura più che sostenuta. La lunga barba nera oscillava mentre i suoi occhi scuri vagavano sull’orizzonte illuminato dal sole del primo pomeriggio.

La foresta che lo circondava sembrava ancora più scura e pericolosa di giorno che di notte; l’uomo esortava sempre con più foga i due cavalli a correre, senza badare ai loro manti già grondanti di sudore e fatica.

Ter smise di piangere e asciugò le restanti lacrime sulla sua lurida casacca, cercò di sgranchirsi le gambe intorpidite ma le strette catene alle caviglie glielo impedirono.

All’improvviso ci fu uno scossone più forte, una ruota era finita in una buca profonda della strada. L’omaccione berciò insulti al cielo e alla terra. Scese dal carro e prese i morsi dei cavalli tirandoli per trascinare la ruota fuori dal fosso.

Accanto al bambino c’era un baule di ferro arrugginito non fissato, lì l’uomo conservava tutti i suoi tesori, ma per colpa degli strattoni violenti cominciò a muoversi fino a scivolare con violenza verso il fondo del carro, verso il gracile corpo del ragazzino.

Ter si spostò di lato proprio quando il baule sbatté con forza sulla parete del carro. Purtroppo le catene erano troppo corte e Ter si slogò una caviglia. Si rannicchiò all’angolo portandosi le ginocchia al petto.

Trattenne le lacrime e si massaggiò la caviglia dolente. Se ne rese conto in un attimo, e avrebbe urlato se la gola non fosse stata così arsa: il baule aveva spezzato le catene, era libero. La gioia durò un attimo e il timore di essere scoperto, delle percosse che avrebbe ricevuto e delle sevizie dell’uomo, lo assalì.

Lentamente si avvicinò all’uscita, al telone che non permetteva mai alla luce di filtrare, all’aria fresca di dare sollievo alle sue ferite infette, al mondo di conoscerlo. Tutto dietro un sudicio telone che un tempo era stato bianco, e oltre sia il cielo sia la vita che non vedeva e non sapeva più da oltre tre mesi.

La terra e la nuda roccia scorrevano veloci sotto di lui, eppure si lasciò cadere rotolando per parecchi metri dopo aver toccato il terreno.

Il suo corpo era coperto di ferite e di supplizi e stanco. Molto stanco. Rimase lì, steso all’aria fresca, lasciando che la vita scorresse intorno e che la libertà lo cullasse.

 

Notte, silenzio, pericolo.

Ter si svegliò di soprassalto e la notte avvolgeva di già il mondo. Non badò al brontolio del suo stomaco e si mise a correre per istinto.

Abbandonò la strada addentrandosi nella viva e terribile foresta.

Non li vedeva, ma ne era cosciente, lo stavano inseguendo. Poteva percepire i passi felpati sul terreno dietro di lui.

Pochi minuti e già aveva il fiatone, e inciampava spesso, sapeva di non avere speranze eppure correva, mentre era sicuro che il cuore gli sarebbe scoppiato.

Cadde un ultima volta a causa di una radice e sfinito riuscì solo a trascinarsi fino ai piedi di una quercia e poggiare la sua schiena al tronco.

Fu come se l’oscurità della notte si riunisse in un punto per formare la sagoma di un uomo.

“Hai osato varcare i confini della mia foresta, pagherai questa colpa con la vita!”

Ter tremava convulsamente, tratteneva il respiro e piangeva, ma distogliere lo sguardo gli sembrava impossibile.

Lentamente la figura fu circondato da lupi docili come se fossero dolci bestiole da compagnie. Si schiariva sempre più e Ter distinse i suoi tratti: il nero lucente dei suoi capelli e dei suoi occhi senza pupilla, la pelle bianca di un pallore innaturale e quel suo ghigno che intirizziva i peli del corpo al solo ascoltarlo. Era l’Oscuro della Foresta.

“Chi sei?” tuonò ancora.

“Ter” riuscì a sussurrare appena.

Il Signore dei Luoghi Ombrati mosse un solo dito e alcuni lupi si avvicinarono famelici al bambino. Sembrò che la Dea Morte avesse già poggiato le sue lunghe e affusolate dita sulle spalle di quel piccolo essere, ma una luce potente come il sole di mezzogiorno rischiarò la foresta per un solo attimo all’improvviso.

Ter ne rimase accecato e non riuscì più a vedere.

“Hemlet dei Luoghi Ombrati, torna nei meandri del Buio tuo amico, perché solo lì potrai sopravvivere!” una voce forte e tonante, vigorosa e dolce, ma soprattutto umana.

“Come osi tu misero Errante del Tempo! Prostrati a me e dimmi chi sei!”

“Non sono uno sprovveduto, so che la magia arcana che tu domini deriva dalla conoscenza dei nomi, quindi sappi solo che gli uomini delle pianure e i nani delle montagne e i folletti dei prati e gli elfi dei boschi mi chiamano con molti appellativi.

“Ma per i più sono noto come Custode delle Chiavi e Guardiano delle Porte!”

Ter riacquistò la vista in tempo per vedere l’espressione di timore sul volto dell’Oscuro e la sua scomparsa in una voluta di fumo nero.

“Guardiano, ricorda che la foresta non ha chiavi se non le mie parole né porte se non i miei desideri!”, e la voce si perse nel vento e i lupi si sparpagliarono.

L’oscurità avvolse Ter che cadde stremato in un sonno profondo.

 

Il cinguettio dei passeri sembrava accompagnarlo verso la luce, Ter si svegliò dolcemente nel suono degli uccelli e nel calore del sole.

Si trovava ai margini di una grande radura all’interno della foresta. L’erba era alta e verde, i fiori colorati e il vento portava sollievo alla pelle. Si alzò dal suo giaciglio, una coperta su un mucchio di foglie secche, e fece qualche passo gemendo per i dolori alle gambe.

Il suo stomaco emise forti grugniti di protesta per il lungo digiuno.

“Chissà che fame avrai”, colui che era Custode delle Chiavi e Guardiano delle Porte si avvicinò a lui comparendo dal folto della foresta. Portava nella mano destra un logoro sacco di pelle, che aprì sedendosi sul terreno e scoprendo una pagnotta intera e metà forma di formaggio.

“Devi recuperare un giorno e due notti di digiuno, ragazzo mio! E tutto il tempo di miseria che avrai trascorso.”

Ter capì di aver dormito per parecchio tempo e si gettò affamato e debole sul cibo. L’uomo lo guardò con i suoi grandi occhi verdi e il suo viso, incorniciato da una folta barba e da lunghi capelli castani, si illuminò in un sorriso quasi paterno.

Nonostante fosse un bel giorno di primavera, l’uomo indossava i suoi pesanti abiti da viaggio di un marrone consumato e un ampio mantello verdone. Al suo fianco sinistro pendeva una lunga spada dall’impugnatura d’argento.

Il silenzio regnò sovrano finché il ragazzo non ebbe finito il suo pasto, solo allora l’uomo chiese: “Come ti chiami?”.

Il ragazzo lo guardò con i suoi occhi blu e disse sommessamente: “Il mio padrone mi chiamava Ter”.

“Un numero da schiavo?”

“Si, sono l’unico che non è riuscito a vendere al mercato della Grande Città Dorata”.

L’uomo pensò un attimo poi esclamò: “Ti riferisci a Babila.” La grande città del sud era rinomata per la legalità nella tratta degli schiavi e per la sua sfarzosità degna dell’ira degli dei. “Ma non ricordi il tuo vero nome?”

“Fui rapito parecchi anni fa e sono passato di padrone in padrone sempre a minor prezzo, perché ero inutile. Il mio vero nome l’ho dimenticato, come non ricordo né il mio paese né la mia famiglia.” Teneva lo sguardo in basso, come un cane bastonato, conscio di deludere qualunque cosa dicesse o facesse.

“Fa niente, il tempo fa trovare chiavi e aprire porte; ricorderai anche tu.”

L’uomo lo squadrò toccandosi il mento con la mano destra. Si soffermò sulla pelle pallida ed emaciata, sui capelli candidi e sporchi, sugli occhi chiari e tristi.

“Potrei affermare con certezza che provieni dal nord, forse nord-ovest. Quindi sarà lì che andremo per cominciare!”.

L’uomo si alzò prendendo da sotto il mantello una grande sacca di tela dalla quale estrasse un involucro di vestiti che passò al ragazzo. “Sono un po’ vecchi e forse un po’ larghi, ma sempre meglio di quello sporco sacco che hai addosso.”, gli sorrise voltandosi per lasciarlo cambiare.

Ter si spogliò della casacca appoggiandola lì vicino e svolse l’involucro di abiti: una camicia beige e un pantalone di poco più largo marrone. Sentì subito la differenza sul suo corpo, il lino e il cuoio non gli graffiavano la pelle come la tela grezza.

L’uomo si voltò e lo guardò con aria critica, poi cercò ancora nella grande sacca e porse al ragazzo due stivali di robusto cuoio scuro. “Così sei pronto per il viaggio.”

Mentre il ragazzo non guardava, l’uomo prese tra le mani la logora casacca ed essa prese fuoco di fiamme blu e celesti, ardendo fino a diventare cenere d’aria e scomparire senza lasciare traccia.

I due viandanti si incamminarono verso nord-ovest con il sole alle spalle.

 

 

Annunci

Un commento

  1. Non sono riuscito a superare la mezza pagina. Non c’è attenzione ai dettagli: un carro che procede ad andatura sostenuta non può arrestarsi di colpo con la ruota incastrata in una buca profonda senza spezzare ruota o mozzo, inoltre un baule non può infrangere delle catene. Le descrizioni sono banali e prive di spunti interessanti. Spero di averi aiutato per poter scrivere, la prossima volta, cose migliori. Ciao 😉

Dimmi che ne pensi!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Olive da Friggere Forte.

Ad Hank e a Fabrizio Zanotti che hanno tirato fuori le parole giuste.

kosmios.wordpress.com/

A deconstruction

Ironia, Racconti e Colori

Racconti, Ironia, Schizzi, Pasticci e Segate Varie

valeriu dg barbu

©valeriu barbu

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: