Le vecchie con la tinta

La maggior parte degli ospiti, coppie di vecchi, erano lì a mezza pensione. A cena la sala era quasi piena.
La sala dei pasti dell’hotel regnava sulla vallata tra Rivisondoli e Roccaraso. Di sera offriva uno spettacolo assurdo. Specie per chi la montagna la vede una volta l’anno.
Eccoci lì: la famiglia al completo. Quattro persone in vacanza nel tentativo di scrollarsi di dosso quattro mesi di ospedale, tre interventi, due lavori al tempo della crisi, una depressione.
Ad ogni pasto mangiavo sempre poco, e mi annoiavo dei sapori. Certo, dopo tre mesi di flebo e cibo di plastica made in hospital, ogni boccone di preparazione fatta in casa era un orgasmo, tuttavia bramavo ogni volta un sapore diverso. Una voracità frettolosa che mi spingeva a correre per recuperare qualcosa di perso. Tipo l’autonomia.
E quei vecchi, ecco, proprio loro erano nella lentezza dello scorrere del tempo montanaro, nella mia stagnante convalescenza, nel mio status perenne di giovane vecchio, beh, loro erano ciò che avrei voluto più distante da me. Era per me patetico notare come il vecchio di quasi cent’anni col bastone avesse meno affanno di me dopo il tragitto di appena venti metri dalla hall al giardino.
Ero nella parte di vita dell’osservatore, mai narratore, ma nemmeno personaggio attivo. Insomma, un peso inerte. E frustrato.
Osservavo con distacco rabbioso quel posto e tutti. Ascoltavo i loro discorsi sulla politica al tempo di Mussolini, dei loro padri, di Andreotti. Mi arrendevo alla frustrazione di non poter urlare o sbattere qualcosa contro il mondo.
Era la vecchia classe maschilista, lavoratrice di alto grado: professori emeriti, avvocati, ingegneri. Ed ecco al seguito le loro mogli.
Furono queste ultime ad attirare la mia attenzione. Svettavano di altezza sui corpi gobbi dei mariti, di lucidità sugli annebbiamenti senili dei consorti, di finta bellezza sui calli interiori ed esteriori degli uomini.
Donne che avevano vissuto da casalinghe, o anche da mantenute, che ora guidavano in silenzio ma con fermezza. Alcune volte davano l’impressione che questa fosse la loro vendetta su una vita subita.
I loro capelli. Proprio quei fili radi o folti, colorati, davano l’impressione che avessero ancora molto da pretendere al mondo.
Mio padre si avvicinava prima di cena all’Ingegnere per proporgli la solita partita a tre-sette (come al solito rifiutata da me). Osservavo l’Ingegnere guardare la moglie per il benestare. Erano i suoi occhi quasi pietosi che rendevano patetica la situazione.
Nel caso in cui gli fosse stato concesso di giocare, esattamente un minuto prima che aprisse la sala dei pasti, che avesse finito o meno la partita, lui si alzava e andava da lei.
O, ancora, l’Avvocato, uomo rispettato, ogni singola sera si faceva ordinare di lavarsi le mani dalla moglie. Nessuna aria di antico giochetto da innamorati, bensì ordine militare.
Quelle donne erano donne da sala da tè e biscotti, e chiacchiere, e ogni sera avevano ricordato ai mariti con frigida determinazione l’abuso della società maschile.
Mi ricordavano il Ciclo dei Vinti di Verga quelle coppie.
E le tinte dei capelli rendevano ancor più palese lo scettro del comando nei confronti delle virili pelate. Il fatto di non arrendersi, forse, e pateticamente credere che una tinta sia indice di uno status di forza. Un ultimo arrampicarsi sociale.
Ero depresso, e provavo disgusto. Tuttavia, proprio quella situazione mi portò alla mente mia nonna.
Moglie di malato di Alzheimer. Moglie che, non lo ometterò, gli rimase accanto per abitudine sociale e religiosa. Moglie che ha sopportato per sette anni insulti e offese, ma che dopo ogni grido rimaneva la Rosa compatta, di tutta la famiglia. Moglie con cinque figli.
Fu lei che mi protesse a spada tratta, sempre, e che morì prima degli interventi. Fortuna sua e sfortuna mia.
Moglie come tante altre mogli. Moglie che pregava, che cuciva come ogni moglie del sud. Moglie di operaio.
Moglie che morì da vecchia fregandosene fino all’ultimo della tinta.
Era un’esagerazione, adesso lo so. Ma che sia stato per fede e per illusione era una vecchia più forte di quelle che si decomponevano ai tavoli vicini. Ed era più forte di me.

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Un commento

  1. I vecchi descritti per il risultato che hanno ottenuto, e che spesso mostrano in modo impietoso, per aver trasformato trasformato il candore della cattiveria dei bimbi, nella cattiveria del candore perduto che soffonde gli anziani. L’impiastricciatura, ormai antica, del rossetto di vecchie che insiste a promettere sesso orale, fregandosene del catetere che trafigge l’oggetto, mai stato turgido, di un desiderio soltanto evocato, parla dello sfacelo interiore di chi ha vissuto fingendo di amare e, a causa di questo gelo, morirà senza riuscire a essere più freddi della vita sprecata.

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