Doccia

Viene giù. Eccome. L’acqua. Che sembra un torrente.
La biblioteca rimarrà aperta ancora un po’. E la pioggia torrenziale e improvvisa di Siena vien giù. Ho una maglietta. Una maglietta e nient’altro. La pioggia continua a cadere. Ed io sono fregato.
La tristezza del grigio mi piace. Le macchine che passano schizzando non le sopporto. La gente senza ombrello che corre ai lati della strada mi diverte. L’umido nelle ossa m’infastidisce.
Ma la pioggia è bella, e il suo odore mi cattura. Ma ciò non cambia che arriverò a casa fradicio. E che, dunque, sono fregato.
Rimango ancora seduto in sala grande, lì in biblioteca. Casa è lontana, è ancora pomeriggio. Rimarrò nell’attesa che smetta.
Sul tavolo è aperto La grande fame di Fante. Qualche libro di Bukowski. Uno di Saroyan. Ed i Quarantanove racconti di Hemingway. Devo tirarmi su, non voglio ridere, solo non pensare.
Libri che probabilmente non toccherò oggi. Ma la sola loro presenza, mette tranquillità. Sono i miei punti fermi.
Mi è andato male un esame. Ho fatto una cazzata dopo l’altra ultimamente. E ancora non riesco a scrivere, è questo che mi rode. Non saprei che scrivere. Eppure quegli autori scrivevano pagine e pagine di qualsiasi cosa, persino di quando andavano a cagare, però li leggo e li leggiamo perché non è importante quello che scrivono, scrivono di loro e loro ci piacciono, e allora li leggiamo.
E penso troppe fregnacce.
Prendo il tabacco, filtri e cartine, mi alzo ed esco da lì. Mi fermo sull’uscio del portone. Al coperto dalla pioggia, ma non dal vento. Rientro. Rullo la sigaretta. Esco. L’accendo, le mie mani a difesa della fiamma.
Una lunga boccata per non sentire il freddo nei polmoni e dintorni. Batto i piedi e sgranchisco le ginocchia per non sentire il freddo alle gambe. Una mano tiene la sigaretta, l’altra nella tasca e il braccio teso contro il corpo per non sentire il freddo.
Butto la cicca e torno dentro, sollevato dal calore della sala studio. Quel calore di respiri e di lampade surriscaldate e di duro ripetere. E quei suoni del girare pagina, dello scribacchiare appunti, del ripetersi di farlo per il futuro.
Non ho mai capito se quegli scrittori avessero mai creduto nel futuro. L’alcol, per tutti l’alcol è sempre un buon futuro. Per stasera credo sarà anche il mio. Sono le prospettive a breve periodo che ti convincono a continuare.
Forse il sesso, mascherato o meno d’amore, può essere un’alternativa. Lo è sempre. È il fatto di poter dire “una in più”, ed anche di star bene per qualche giorno, e poi rimaner solo. È la solitudine libertina, o meglio libertaria, che voglio.
La compagnia va bene per mangiare, per discutere e per allentare la tensione. E soprattutto per avanzare nel cammino sociale. Non so se sia proprio necessario, ma secondo chi mi paga gli studi, sì. E’ necessario. Secondo quelli che mi offrono di non fare niente, o far quello che riesco, e non lavorare. Secondo quelli che mi guardano da oltre la vetrina scommettendo parole, e soldi, su di me.
Saluto con qualche gesto due o tre persone. Prendo il giubbotto, lascio lì i libri e prendo il mio quaderno, lo sistemo nella borsa. Esco. Piove.
Questo lato cinico, atarassico, indifferente (chi conosce qualche altro sinonimo, magari altisonante, lo aggiunga), perché così io mi comporto. Forse non sono così, ma l’essere è la cosa più astratta e volubile che conosca. Il lunatismo fa demordere la maggior parte della gente dal dare spiegazioni. Aliena la voglia di sapere nelle persone. Insomma, meno rotture di coglioni.
A volte i pensieri mi asportano dalla vita e socchiudo le palpebre per non ricevere gocce negli occhi. Sono già fradicio. Maledizione. Mi fermo e alzo la testa. Oramai.
Vado avanti. Via Pantaneto. La pioggia, dicono, monda, perché viene direttamente dal cielo. Anche lo sputo può venire dal cielo del secondo piano, ma di sicuro non lava. Eppure molti ci credono, e in fondo i nostri cervelli sono così deboli in questa società che basta crederci perché una cosa ci sembri vera.
E allora stasera non mi laverò. Mi basta questa doccia.

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