Giovinezza

Carlo ha i piedi sporchi, sarà perché porta le infradito. Le strade di Monopoli sono piene di polvere. Come tutte le strade d’altronde. Vabè.

Siamo stesi sul muretto del lungomare.

Il sole sta tramontando e all’orizzonte il cielo tuona. Sembra che si muova, porta quei nuvoloni grigi da noi. Ma noi rimaniamo qui, aspettando la tempesta, aspettando qualcosa che solo la giovinezza sa aspettare. Diciamo la vita.

Carlo si è steso su di un fianco, il cappuccio tirato sulla testa e finge di dormire. Io un po’ più in là, scrivo e leggo a voce alta, cosicché lui possa commentare. Grugnendo.

Il vento mi muove i capelli e porta con sé ricordi che non vorrei, o forse è solo il mare, e l’atmosfera, e il mondo. Tutto mi ricorda tutto, mentre Carlo ora si addormenta sul serio.

Il motorino è parcheggiato qui vicino e attende il nostro ritorno, ma noi vogliamo rimanere ancora un po’ dove siamo ad attendere a nostra volta.

Le macchine passano veloci sulla strada senza darci attenzione, e io mi ritrovo a pensare a cosa le abbia portate qui, e cosa abbia portato noi.

Carlo è venuto per fuggire da casa. Forse, per voglia di svago. Sicuramente non sapeva che fare, deve trovare delle pause dall’erba. Io per incontrare casualmente lei, che casualmente non c’è.

Il cielo tuona ancora, forte, lontano sul mare scaglia la sua furia. Carlo alza la testa, ascolta l’eco del rimbombo, poi la riporta giù e rimane immobile.

Una vespa nera passa e il guidatore ci guarda mentre svolta, ricambio il suo sguardo senza pensarci. Lo conosco, di vista, passa sempre di lì.

Carlo borbotta qualcosa e io smetto di leggere ciò che scrivo, si è rotto. Non ama queste cose, troppi pensieri fanno solo male. Lui sì che sa vivere, ha lasciato di già dopo sedici anni l’amore, i sogni e la vita. Cose di cui ci hanno insegnato a nutrirci.

Io so che lui mente. Un uomo non è insensibile, ma il dolore a volte solidifica così tanto da non far passare più niente. Ma chissà chi abbia ragione. C’è poi tanta differenza tra l’amore e un dio qualsiasi? Io non credo in dio. A malapena credo in qualcuno. Probabilmente mi ostino a credere in lei, perché non voglio ammettere di essere vuoto.

E poi la giovinezza impone dei canoni. Io voglio viverli prima di smentirli.

Le prime gocce cominciano a picchiettare il cappuccio di Carlo e a bagnare il mio foglio. Lentamente colpisco il suo piede con la penna, lui si mette seduto e io muovo la testa verso il motore. Ci alziamo e andiamo.

Mettiamo i caschi e accendo, scendo dal cavalletto e giro l’acceleratore. Penso che Carlo non pensi al fatto che io partirò a breve per un’altra città. Nemmeno io ci penso dopotutto. Questo è il vuoto. Ogni cosa è già scritta, a che serve metterci del tuo? Prima o poi finirà la mia gioventù e dovrò intervenire.

Poche macchine in giro a quest’ora, chi al lavoro, chi dorme, chi come noi non ha un cazzo da fare.

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