Il vecchio Sal

Il vecchio Sal era molto giovane. Avevamo la stessa età, ma lui andava un anno avanti. Era vecchio e libero.
Lo potevi trovare steso su una panchina della piazza con un libro in mano, probabilmente delle poesie di Ginsberg, mentre le rileggeva per l’ennesima volta. È per la sua passione per gli autori della Beat Generation, specie per Keruoac, che lo identifico tra i miei pensieri come Sal. Sal Paradise, per l’appunto.
Fu lui a regalarmi il meridiano della Mondadori di Kerouac. Con dedica: La più grande soddisfazione nella vita è scrivere. Sinceramente, fu il regalo che apprezzai di più.
Su una panchina aspettava l’ora di prendere il treno per tornare a casa ogni giorno. Sono sempre rimasto affascinato da lui. Credeva ancora negli ideali di Kerouac, voleva seriamente partire On the road e attraversare l’Italia come fosse l’America e lasciare qui tutti quei problemi con un suo pazzo amico come fosse Dean Moriarty.
Ammetto a distanza di anni che romanzai la sua figura. Avevo bisogno di trovare sfogo indiretto alla mia rabbia. E pareva, osservandolo, che lui eiaculasse anche la mia di rabbia.
Dovevi vederlo girare per i corridoi del liceo: la camicia con le maniche arrotolate, i capelli biondi, una sigaretta rollata in mano e tanta voglia di scrivere; se solo l’avessi visto in quei momenti, avresti capito.
Quel vecchio Sal, era capace di scrivere cose stupende su una agendina che portava con se. La Moleskine. Non si fermava mai a ricopiare su un computer. In quei momenti avrei voluto che fosse a Parigi. In un caffè.
Non mi parlava dei partiti di destra e sinistra. Ma di libertà, di ideali solo suoi e prendere due ali di cera e volare verso il sole. Era un genio. La sua media era tra le più basse. Mi raccontava delle sue frustrazioni e delle rivendicazioni sulla scuola e di un sistema che non andava.
Ogni tanto sentivo suoi compaesani narrarmi dell’ennesima rissa. Di un tizio che aveva detto qualcosa riguardo la sua famiglia. Riguardo suo padre. Non me ne parlò mai. Ed io sapevo.
A volte mi ritrovavo a difenderlo dalle opinioni negative degli altri. Mi chiedevo il perché nessuno capisse la sua genialità.
Non ho mai osato chiedergli di farmi leggere qualche suo scritto, però volevo che leggesse i miei e ogni suo complimento mi faceva sentire meglio. Ero un bambino. Lui il vissuto.
Poi mi parlava di sé e delle sue nottate tra amici e birre, tra discussioni per ragazze e delusioni. Tra righe di pagine scritte su questo e molto di più.
Ricordo il suo sguardo perso oltre le persone. Oltre gli oggetti. Oltre i muri che aveva di fronte. Guardava ciò che un uomo dalle ristrette vedute non poteva vedere.
Mi piaceva starlo ad ascoltare, perché a lui non piaceva parlare con nessuno. Sognavo ad occhi aperti il vecchio Sal in una Hudson a percorrere la strada che portava verso la West Coast, tra Marilou e Dean ed Ed e Galatea.
Passò un brutto periodo e cadde in seria depressione. Non lo vidi per un mese e più. Seppi di lui dalle voci di corridoio e diedi del bugiardo a chiunque raccontasse di un suo cedimento mentale. Solo quando me lo raccontò lui stesso a modo suo, ci credetti e non ne feci più parola.
Da quel momento però cercai di essergli più vicino e controllarlo, in un certo senso. Lo rimproveravo quando non veniva a scuola o prendeva brutti voti, perché io volevo che arrivasse in alto per dimostrare a tutti quanto valeva e non solo per questo: in un qualche modo mi rivedevo nel mio futuro nel suo stato.
Ma il mondo è bello perché è vario e io unii i suoi ideali e la mia voglia di rivalsa per andare avanti e raggiungere ciò che entrambi sognavamo: nient’altro che esprimerci e, in fondo, perderci nel mondo.
Ed è qui che le nostre strade si divisero, eppure mi torna in mente ogni volta che leggo Hemingway o Kerouac e aspetto pazientemente di comprare un libro di racconti del loro successore, magari firmato: Il vecchio Sal.
E spero di non incontrarlo mai, perché i belli, ha ragione bukowski, muiono giovani.

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