Si cerca sempre ciò che non si ha

La incontrai ubriaca in piazza. Mi venne vicino, mi abbracciò, cercò traballante di baciarmi, poi si sedette per terra. Il suo alito sapeva di vino.

Non mi piaceva il vino, ma lei in fondo un po’ mi piaceva. E quindi mi sedetti con lei vicino la fonte Gaia.

Ci raggiunsero le amiche. Cercarono di farla alzare, lei mi si attaccò al braccio.

“Voglio stare con lui! Lasciatemi!”. E in vino veritas.

Tenerezza, forse un po’ di pietà, ma anche tenerezza. E così mi chiese di accompagnarla in bagno, nel bar in fondo, e io la accompagnai da bravo ragazzo. L’aspettai fuori e la presi prima che cadesse una volta uscita.

Si fermò all’angolo, spalle al muro. Mi guardò negli occhi. Si girò. E vomitò.

Le tenni i capelli e la fronte, le feci vomitare tutta la cena, il vino. E qualche pezzo di fegato, forse. Si pulì con un fazzoletto e tornammo dalle altre.

Mi offrirono del vino. Rifiutai. Non si fecero problemi e lo bevvero per me. Era comunque il momento di accompagnarle a casa, lei si sorreggeva pesante a me. E per tutta la strada cercò sempre di distanziare le altre, e di baciarmi, e di scusarsi. Ebbi pazienza.

La lasciai sotto casa.

Era un periodo un po’ strano, mancava poco alla sessione d’esami d’aprile. Non che questo fosse mai stato un problema. Preparavo antropologia sociale, e cercavo un’altra lei. Ecco, forse questo era il problema. Quella lei che per una notte era stata con me, quella lei che poi era sparita.

Passò una settimana. La tipa del vomito mi cercò e mi chiese di uscire. Mi presentò una sua amica che ospitava per due giorni. E che aveva il compito di farmela piacere, o almeno così mi sembrò e mi ricordo.

Cominciammo a bere. Lei non sapeva reggere affatto l’alcol. E le tolsi dalla mano il probabile bicchiere di troppo.

Le riaccompagnai a casa. Mezzanotte in punto. Rimanemmo fino alle due, casa libera, a cazzeggiare. E lei mi accompagnò giù al portone, e l’amica finse di essere stanca, e lei mi attirò a sé accanto al portone e mi baciò.

Era magrolina, bassetta, ma baciava come un’assatanata. Fu una delle poche volte in cui mi sentii guidato. Costretto, con voglia e con violenza.

Lo facemmo lì, in piedi, con i vestiti arrotolati sul petto e intorno alle caviglie. Il freddo che allungava i tempi e ci divertiva un po’, un sesso liberatorio.

La mattina giunse verso le cinque, e noi eravamo seduti a fumare sigarette accanto al portone, ridendo di immaginarie situazioni se fosse uscito o entrato qualcuno da lì.

Sarebbe partita per le vacanze di pasqua alle sette, non l’avrei vista per due settimane. La situazione mi piaceva. Me ne andai, un bacio prolungato e uscii dal portone.

Inconsciamente scappai. Prima che lo stress da relazione mi attanagliasse, mi godetti il sollievo post sesso.

Sapevo che sarebbe tornata a rivendicare un qualcosa di me in suo possesso. Come se ognuno potesse mantenere un attimo. Ma non mi dilungherò nel narrare della mia concezione sul tempo.

Semplicemente ero alla ricerca di un’altra. Perché si cerca sempre ciò che non si ha.

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